Pensando di scrivere ancora qualcosa di Donatello, viene subito il pensiero che in assenza di nuovi documenti non c’è motivo di farlo. Già esistono molti studi, e trattati, alcuni dei quali sicuramente meritevoli di rispetto.

Vedo pero nelle storia dell’arte, come il più delle volte si presenta alla nostra attenzione, un porre la materia ed affrontare gli argomenti sempre da un punto di vista storico- evolutivo, come un racconto nel tempo attraverso le opere e le varie (per me…troppe!) classificazioni (gotico, rinascimento, barocco, espressionismo, impressionismo etc…).

Vorrei invece un avvicinamento all’arte non attraverso vari movimenti artistici, ma attraverso l’artista, l’arte attraverso l’uomo che l’ha prodotta, come un trasmigrare conscio o inconscio che sia della sua individualità, nel suo tempo con i suoi sogni, le sue sconfitte ma soprattutto con la sua vita e maniera di viverla e quindi di esprimersi di raccontarsi e, mi piace pensare, con la sua voglia di parlare anche a noi.

Non dimentichiamo che la pittura, la scultura e tutte le arti sono linguaggi, e così come nessuno si sente autorizzato ad interrompere una musica per spiegarla, lo stesso merita ogni forma di espressione, che necessita di una maggior attenzione, in particolare dobbiamo superare quel “vedere” tutto in fretta e imparare a guardare, sforzandoci di capire l’opera non attraverso la nostra cultura ma attraverso l’artista e il suo tempo.

 

I sentimenti e le emozioni non sono mediate ne dal tempo, né nel tempo, ma sono strettamente legate alla sensibilità e soprattutto alla quotidianità dell’artista, in un continuo conflitto fra la sua visione della vita e le sue illusioni.

Solo partendo da “chi era lui”, del suo rapporto con la vita e l’arte, sforzandoci al massimo di allontanare tutte le nostre “certezze?”, possiamo sentire le opere non più appartenenti al passato, ma portatrici di messaggi,

e se vogliamo… poterle ancora sentire anche…. NOSTRE!

 

Chi era Donatello?

Un artista istintivo e cosciente nello stesso momento, che lo portò a vivere con forza la relazione fra vita e arte.

Di lui sempre viene detto che era un buon uomo, onesto, cortese, umile e senza invidia, che si sforzava sempre di apprezzare le opere degli altri, non si atteggiava, non scriveva trattati ne pontificava ma lavorava… in quella bottega in comune con il più giovane Michelozzo con cui divideva i lavori con estrema semplicità (vedi P. Summonte).

Non amava il denaro, si racconta che lo tenesse in una borsa in bottega e da cui ogni amico o lavorante poteva prendere quello che gli serviva senza dirgli nulla. E qui vale la pena soffermarci: oggi un simile comportamento non è facilmente comprensibile e di sicuro verrebbe considerato stupido, questo però ci deve far riflettere su quanto sia sbagliato analizzare il passato con il nostro modo di vivere, le nostre conoscenze e peggio ancora i nostri “valori”.

 

Si racconta che Piero de Medici gli donò un buon podere la cui ricca rendita gli avrebbe permesso di vivere agiatamente, ma

Donatello dopo non molto tempo preferì restituirlo dicendo che non poteva perdere la sua tranquillità nel risolvere le continue lamentele del contadino, quando per il raccolto rovinato dal cattivo tempo quando per le gabelle o per le liti con la moglie, e preferiva morire di fame piuttosto che pensare a queste cose.

(Piero capì e li concesse in cambio un vitalizio – vedi Vasari).

Aveva circa 80 anni e ancora oggi molti anziani non amano dare importanza a certe cose, chiudendosi in una visione più intima della vita, e forse più reale.

Ricordiamolo ancora in punto di morte, quando alcuni parenti lo visitarono per chiederli in lascito un piccolo podere di poco valore che aveva a Prato, e lui rispose che questo spettava al contadino che sempre vi aveva lavorato e durato fatica.

Nato povero da un cardatore di lana, muore povero in una casetta in Via del Cocomero (oggi via Ricasoli), tutta Firenze partecipò commossa al suo funerale.

 

 

Alcune cronache ci narrano di un Donatello non religioso, cosa in realtà non provata, e mi sembra ininfluente alla sua comprensione, di sicuro per lui, parlano i suoi lavori.

Questo era Donatello e molto ancora ci sarebbe da dire… spero solo che quanto scritto serva da sprone per “scoprirlo” attraverso le sue opere, e stimolare una riflessione non sul passato ma sul presente!

Il suo capolavoro? Per molti il S. Giorgio (al proposito, non capisco per quale motivo lo hanno disarmato.. in origine impugnava una spada che lo rendeva più efficace),  per me la Maddalena…. Ma il vero capolavoro fu la sua vita!!

 

 

Caratteristica in Donatello è il creare attraverso un elemento realistico un’illusione di realtà, a questo scopo immette nelle sue opere di marmo, pietra, lignee o bronzo che siano un particolare che tende a liberare il soggetto dalla materia.

Nel S.Giorgio, per esempio, il piede sporge dal basamento, nel Abacuc (detto lo Zuccone) tratteggia i capelli mossi e, anche nelle opere che non sono rappresentate in movimento, si sente forte l’idea che… stiano per muoversi!

 

Spesso non rifinisce molto i suoi lavori, questo è stato motivo di critica nei suoi confronti. E’ invece una sua precisa scelta, che serve a fissare l’azione con  immediatezza e maggior forza.

Scelta rispettata anche da Michelozzo nel terminare i pulpiti in S. Lorenzo, come ultimo omaggio all’amico dopo la sua morte.

 

Tutti i riferimenti all’arte classica, movimento e pittoricismo, vengono da lui risolti, con forte individualismo, in maniera “anticlassica”( quando per classicismo si deve intendere quel riferirsi all’arte greco- romana che si andava riscoprendo in quel momento e che andava reintroducendo elementi dimenticati).

Non è lo scultore della “grazia” come diceva il Vasari, troppo forti ed espressive sono le sue opere, che vanno negando questa affermazione, e non è neanche il “classicista” come venne mal inteso nell’ ‘800 per i motivi già detti.

Nel XVI sec. veniva paragonato a Michelangelo, ma il paragone è privo di significato!

La distinzione Albertiana, (in riferimento al trattato di L.B. Alberti) fra scultura e modellato con cui era d’accordo Michelangelo era invece estranea a Donatello, che quando scolpiva o modellava sempre immetteva elementi pittorici nelle sue opere.

 

 

Significativa al riguardo L’Annunciazione in S. Croce a Firenze, o ancor di più il suo “stiacciato” che fonde la scultura con la pittura! Qui più delle parole contano le immagini, e invito a vedere la predella del S.Giorgio, imprescindibile per capire i suoi lavori, e ancora la Madonna con bambino a Boston, o Ascensione e consegna delle chiavi-  Victoria e Albert Museum a Londra.

Donatello non si può paragonare a nessuno, le sue opere, preferirei dire i suoi lavori , sono validi ancora oggi, come lo furono il giorno in cui furono inventate e sono solo : UNICHE!  (vedi Donatello- John Pope-Hennessy).

Dirle opere moderne è riduttivo, esse sono contemporanee..  se solo imparassimo -come già detto- a guardare, in quanto le sue emozioni sono le nostre… anche se offuscate dalle turbinanti  inutilità della nostra società.

 

                                                                                                                                                                             DANIELE FALCO

Estratto dal libro Angeli del fango di Erasmo D’ Angelis –  Ed Giunti- 2016

 

 

Daniele Falco, insostituibile partner del gruppo ZArchitettura, ci regala un chiaro ricordo della Firenze fiorentina:

 

Già sono passati cinquant’anni! Mille immagini, voci e rumori affollano la mia memoria, andando a ricomporre un mosaico di emozioni, fatiche, sacrifici, preoccupazioni e non ultimo anche di giuochi vissuti in quei momenti. In soccorso arrivarono da ogni parte, prevalentemente giovani: gli Angeli del fango vennero chiamati. Per la verità non credo di appartenere a questi, un po’ perché “angelo” non sono mai stato e un po’ perché in Borgo Allegri abitava mio nonno da sempre e in quella casa sono nato!

Avevo 15 anni ed ero un capellone, così venivano chiamati quelli come me; volevamo cambiare il mondo e l’alluvione fu il nostro primo momento!

Andammo scoprendo la solidarietà nel dividere le cose, le case e un po’ tutto con quelli che avevano avuto l’acqua in casa… tutto sembrava magico…tutto sembrava vero.

Firenze a quei tempi era “piccola” e viveva di fiorentini e di quartieri. Passavamo il giorno a pulire le abitazioni, i negozi, le cantine e le strade. Per la verità non erano molti ad aiutarci, tolto qualche militare, facemmo quasi tutto da soli, e passati i primi momenti di rabbia, scoramento, dolore e preoccupazione, piano piano tutto diventò un giuoco! La sera andavamo in Piazza Santa Croce e lì c’era il mondo! Un brulichio di automezzi, gente, militari, e giovani che lavoravano intensamente per pulire la chiesa, la piazza e più in là la Biblioteca Nazionale. Tutto sotto lo sguardo arcigno di Dante che ancora stava in mezzo alla piazza. Eravamo attratti da questi ragazzi e ragazze e l’alluvione fu complice di amori e primi baci, nei quali ci trovammo tutti coinvolti.

Oggi mi viene da pensare che l’Arno in quei giorni portò via l’ultima Firenze popolare che era sopravvissuta alla ricostruzione del dopoguerra. E anche Dante dovette mettersi in disparte- oggi il suo sguardo non sembra più arcigno come un tempo- e in disparte furono messi anche i fiorentini che da allora “vivono” sempre più la loro città come estranei! L’alluvione a mio parere, è l’ultimo momento di “Firenze fiorentina”

 

DANIELE FALCO

 

Rif: pag 202

Angeli del fango-

Erasmo D’ Angelis-  Ed Giunti- 2016

 

Minuzia, precisione, pazienza e grande professionalità hanno caratterizzato un intervento all’interno di una lussuosa struttura ricettiva fiorentina

 

Firenze, Santa Maria Novella. Una piazza, che è il cuore pulsante della città, il crocevia di emozioni sempre nuove, il luogo dove, per eccellenza, si respira arte. In questo contesto magico, sorge il luxury hotel 5 stelle J.K. Place che, di recente, è stato oggetto di un prezioso intervento, per quanto riguarda la posa in opera delle pavimentazioni in parquet. Autore di questo delicato lavoro, Costica Vasile Pruteanu, titolare di PrutyParquet. Per saperne di più, lo abbiamo incontrato.

Qual è stato il tuo percorso lavorativo e come sei entrato nel mondo del parquet?

Il mio incontro con il mondo del parquet, risale a 15 anni fa. Sono quello che si può definire, un vero e proprio artigiano. Lavorativamente parlando, sono nato come falegname; l’amore per il legno, poi, mi ha portato verso il parquet. Per offrire sempre il meglio ai miei clienti, ho frequentato corsi di formazione e continuo ad aggiornarmi professionalmente. In un mercato al ribasso, come questo, per emergere bisogna puntare sulla qualità, sempre e da qualsiasi punto di vista.

Ci puoi descrivere l’intervento all’interno del J.K. Place?

Dopo la rimozione della moquette, era prevista la posa del parquet in diverse zone della struttura alberghiera. Per prima cosa, ho raschiato la superficie e ripristinato il massetto. È fondamentale che il piano di posa sia livellato, per ottenere caratteristiche di grande stabilità.
È stato poi steso il primer, per una migliore adesione delle colle al massetto. Questa operazione è importante poiché dona stabilità e durabilità nel tempo ai pavimenti in parquet rendendo la superficie di posa idonea alla stesura delle specifiche colle. Il lavoro è stato complesso, a causa di elementi strutturali presenti in loco.

A questo proposito, quali sono state le difficoltà incontrate?

Come dicevo, l’intervento non è stato tra i più semplici. In particolar modo, la presenza della boiserie nei locali nei quali posare il parquet, ha portato a delle criticità. Risolte, realizzando una cornice in legno, che corre lungo il parquet. Il lavoro da svolgere, doveva essere preciso al millimetro, in quanto c’era la necessità di realizzare incastri precisi. Sono state impegnate oltre 20 persone e non sempre si sono distinte per professionalità, capacità e competenza. Alcuni di loro, si sono tirati indietro ben presto.

Non tutti, quindi, sono stati all’altezza di un lavoro impegnativo. Quali sono le caratteristiche che un posatore deve avere, per svolgere al meglio l’attività?

Per lavorare in questo mondo, ci vuole passione, capacità, competenza e impegno, anche nel seguire i corsi di formazione e aggiornamento. Ma non è tutto. Entrano in gioco anche le caratteristiche personali; con il cliente, è importante apparire tranquilli e sicuri delle proprie capacità, ascoltare e analizzare le esigenze della committenza. Bisogna poi dire in maniera chiara e sincera ciò che si può e che non si può fare e fare presente se vi sono delle criticità che potrebbero compromettere il risultato finale. In genere, le nuove leve, sono più propense a mantenere questo tipo di atteggiamento.

Qual è, secondo te, il segreto per una posa perfetta?

Più che di una posa perfetta, parlerei di un lavoro perfetto: se vogliamo avvicinarci a questo obiettivo, credo sia importante puntare sul supporto e sulla consulenza. Il cliente deve sentirsi libero di chiedere consigli, deve potersi fidare di noi… ci vuole cervello ma anche tanto cuore!

 

Per lavorare in questo mondo, ci vuole passione, capacità, competenza e impegno, anche nel seguire i corsi di formazione e aggiornamento. Con il cliente, è importante apparire tranquilli e sicuri delle proprie capacità, ascoltare e analizzare le esigenze della committenza.

troverete l’articolo originale di Alessandra Mecca su:

https://www.professionalparquet.it/2018/07/17/maestria-e-grande-attenzione-ai-dettagli/